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Raccontare Pompei, resuscitarla dalle ceneri per farla rivivere.

È l’obiettivo del podcast realizzato per il Parco Archeologico di Pompei e che ha debuttato ieri otto gennaio su Spotify, Spreaker, etc.

“Pompei. La città vive” è percorso esplorativo di sei puntate, che coinvolge ventisei figure autorevoli tra storici, archeologi e scrittori. Attraverso le voce di Carlo Annese, possiamo oggi passeggiare tra le vie di Pompei come non sarebbe possibile fare per le restrizioni anti-Covid, e guardarla di nuovo seppur sotto un’altra luce.

«È più viva Pompei che una città moderna in tempo di lockdown», dice Maurizio De Giovanni nella prima puntata dedicata a Pompei museo e sito archeologico. «Museo vivente», come da titolo, in quanto unicum nella storia dell’archeologia , ma anche grazie ad un enorme lavoro di storytelling che è iniziato circa quindici anni fa.

La narrazione, dopotutto, è la tecnica di realtà aumentata più antica del mondo. Ed è anche grazie al racconto che Pompei ci sembra più viva che mai. Non a caso Massimo Osanna, ora direttore generale dei musei dello Stato ma già direttore del Parco Archeologico dal 2014 fino a luglio del 2020, ha puntato molto su questo aspetto, investendo su un piano di comunicazione che non si limita alla divulgazione scientifica ma tocca anche il web e le nuove piattaforme.

Nascono così i canali social di Pompei, e un nuovo sito web all’altezza del valore culturale immenso che il Parco Archeologico ancora conserva. Come spiega Annese, per rendere viva Pompei ancora una volta, lo storytelling e la strategia di comunicazione rappresentano un passaggio obbligato.

«Non bastano le nuove scoperte, né basta la tutela, se non vengono accompagnate da ricerca e comunicazione. È necessario trasformare una visita in un’esperienza, un luogo in un’icona. Fare di Pompei una meta dove andare prima degli altri, il luogo di cui tutti parlano»

Pompei come brand. Una scelta, una direzione precisa, che forse ai puristi dell’archeologia fa storcere il naso, ma che pure ha dato i suoi frutti. Si stima infatti che il numero di visitatori del Parco Archeologico sia addirittura raddoppiato nel giro di cinque anni, arrivando a toccare i 4 milioni di ingressi soltanto nel 2019.

Lo stesso podcast si inscrive all’interno di questo progetto, anche questo è marketing dei contenuti. Un’operazione di divulgazione, una content strategy, che ha cambiato per sempre l’immagine di Pompei e che, soprattutto!, ha portato in Regione Campania tanti, tantissimi soldi.

La valorizzazione culturale in Italia arranca, soprattutto nelle regioni meridionali. Tanto che qui, da dove scrivo adesso, a Selinunte in provincia di Trapani, il più grande Parco Archeologico d’Europa riposa in pace. Una distesa di storia e natura selvaggia, architetture imponenti, colonne di tufo e rovine che tolgono il fiato e che purtroppo non vivono, neppure fanno rumore.

E questo nonostante le continue scoperte archeologiche, gli scavi in corso e le collaborazioni con le più importanti università del mondo. Selinunte, in tutta la sua bellezza, rimane sempre silenziosa.

Se parla forse, lo fa sottovoce, rivolgendosi ad una élite di esperti conoscitori e mai al pubblico, mai alle masse. Riesce persino ad escludere, nella sua comunicazione, anche chi a Selinunte ci è nato e cresciuto e che per queste “vecchie pietre” non prova amore e non lotta, ma le sfrutta anzi per riempire di vanagloria discorsi già vuoti e senza scopo.

Eppure anche il Parco Archeologico di Selinunte avrebbe molto da dire. Anche per Selinunte, insomma, possiamo immaginare una narrazione nuova e popolare in grado di coinvolgere ogni fascia della popolazione. Uno storytelling che la trasformi, che la faccia diventare un marchio, come già è successo a Pompei.

Ne gioverebbe il territorio e chi ci vive, ne godrebbe il mondo intero.


Pubblicato su Linkedin il 9–01–2021