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Quando scrivi e vuoi farti capire, la logica da applicare è di facile intuizione: scrivi, ma di fatto stai parlando; scrivi, ma come se stessi comunicando ad alta voce.

Non è un caso che il mio processo di revisione – e quello di parecchi altri scrittori – si basi proprio sulla lettura ad alta voce. Se il mio testo funziona anche quando viene esposto a mo’ di monologo, allora vuol dire che ho scritto bene.

Abbiamo tutti, mediamente, una padronanza accettabile dell’italiano parlato. Certo, la costruzione del nostro vocabolario è un processo molto personale. Ognuno dispone di un numero limitato di parole da usare, ed è un numero che varia da persona a persona.

Tutto sommato però chiunque abbia un messaggio da comunicare a qualcuno, soprattutto se questo parla la sua stessa lingua, riesce senza particolari ostacoli, non deve sforzarsi troppo per farsi capire.

Succede però con la scrittura che l’intero meccanismo della comunicazione subisce una sorta di stravolgimento. Si destabilizza, in altre parole, per colpa di: a) convinzioni che arrivano dalla formazione scolastica; b) abitudini acquisite ai tempi degli SMS; c) la sovreccitazione comunicativa che ci impongo i social media. Insomma, scrivendo ci perdiamo.

Evita questi 3 errori di scrittura e salva i tuoi testi

Ho indagato sui tre punti che ho citato qua sopra, e ne ho tirato fuori tre errori di scrittura comunissimi che rendono i tuoi testi MEH. E per MEH intendo: inefficaci e in grado di far fallire qualsiasi tuo obiettivo di comunicazione. Brutta storia, eh?

1. Frasi lunghe no, ché già ci manca il fiato

« Io sottoscritta, mio malgrado, nonostante in questi mesi, sia nella qualità di esperta che come assessore, abbia raggiunto in brevissimo tempo alcuni degli obiettivi che mi ero prefissa a breve termine per la cittadinanza – senza alcun impegno di spesa per il Comune, essendo come ben sapete in totale dissesto economico – e nonostante per altri, più ambiziosi, avessi iniziato ad operare, coinvolgendo ed attivando numerosi canali pubblici e privati per promuovere, in Italia ed all’estero, i siti del Comune, mirando a mettere a regime, nonché regolarizzare le opere ed i numerosi se pur bellissimi, dimoranti a tutt’oggi non perfettamente agibili spazi museali, nonché concretamente creare un concetto nuovo di museo diffuso che li unisse tutti […] »

Nel febbraio 2020, l’assessora alla cultura del mio comune annunciava le sue dimissioni pubblicando una lettera che si apriva con una frase di 320 parole. Trecentoventi parole, circa il doppio di quelle che ho riportato in questo riquadro qua.

Prova a leggerlo tutto d’un fiato. Riesci? Io faccio fatica. Superando quel «più ambiziosi», già mi trovi cianotica. Ma non è solo una questione di capacità polmonare! Le frasi lunghe vanno evitate, soprattutto quando scrivi l’apertura di un testo.

Una ricerca dell’American Press Institute [1] spiega che un lettore, davanti ad una frase di 14 parole, ne comprende circa il 90%. Quindi hai compreso meno del 90% della mia frase precedente. E la percentuale diminuisce via via che la frase si allunga. Pensa che dopo le 43 parole siamo già sotto il 10%. E non si tratta mica di essere stupidi! È che la nostra attenzione fa abbastanza pena. Dai la colpa al progresso tecnologico, se proprio vuoi scaricare la responsabilità su qualcuno.

La lunghezza ideale per farsi capire a colpo sicuro è di 8 parole, sempre secondo la ricerca di cui ti parlavo prima. E, visto che è difficile scrivere a queste condizioni, per le frasi complesse si segue la regola delle 25 parole. Ovvero: cerca di non superare le 25 parole per spiegare quello che devi spiegare.

A meno che tu non sia Proust. In quel caso procedi pure come ti pare.

2. I puntini di sospensione non valgono come virgole

«E x concludere….CANNOLI…. Composti e Scomposti….Sempre al NOMEPIZZERIA [2]#PizzaeDolci »

Siamo d’accordo. I puntini di sospensione sono l’ultimo dei problemi in questo testo che leggi qua sopra. Vale però la pena soffermarsi a parlare di questa tendenza insopportabile tipica di chi scrive anche se non è abituato a farlo.

I puntini di sospensione – che comunque sono sempre TRE e non un numero indefinito di punti messi uno dietro l’altro – rovinano i tuoi testi. Tolgono efficacia a quanto hai scritto. Ed è un discorso che vale sempre: dal post sponsorizzato per la tua pagina Facebook al messaggino che vuoi mandare al tuo ultimo flirt in corso. Fidati di me. Con i puntini di sospensione cancelli la magia.

Sulla Treccani puoi leggere che «i puntini di sospensione si usano per segnalare che il discorso viene sospeso, in genere per imbarazzo, per titubanza o per allusività». Per imbarazzo quindi, perché un po’ ti vergogni a dire quello che vuoi dire; per titubanza, perché non sei sicuro di quello che vuoi dire; per allusività, perché c’è qualcosa che non puoi dire in maniera esplicita.

Quali di questi casi si applicano al post scritto nel riquadro sopra? Parliamo, dopotutto, di cannoli. Niente di imbarazzante nei cannoli. E non c’è da essere titubanti sulla loro bontà.

Al contrario, una certa allusività relativa ai cannoli non è una cosa così strana, almeno da queste parti. Solo che qui stiamo leggendo il post di una pizzeria ristorante. I cannoli menzionati sono cannoli veri e propri (ripieni di crema di ricotta, sai? Ricoperti di granella di pistacchio e gocce di cioccolato, mamma mia!). In questo specifico caso l’elemento allusivo è assolutamente da escludere. Dei puntini di sospensione non abbiamo che farcene.

Se vuoi dare ritmo ai tuoi testi, puoi sfruttare altre forme di punteggiatura. Non sottovalutare il potere delle virgole, dei punti fermi o dei due punti. Guarda come cambia la frase nel riquadro con la punteggiatura corretta:

«E per concludere: I CANNOLI. Composti e scomposti. Sempre da NOMEPIZZERIA »

Ah, com’è bello l’ordine, vero? Finalmente una frase pulita. Il messaggio arriva chiaro, e toglie di mezzo tutta quella confusione.

3. Ti piacciono le emoji? Per favore risparmiaci

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Ehi, quanto entusiasmo! L’ultima volta che ho mostrato tutto questo entusiasmo per qualcosa, stavo mangiando la prima brioche con granita dopo tre settimane di dieta. Ho usato la stessa quantità di emoji, credimi. Ma in questo caso non pensi che sia forse un po’… [3] troppo?

Precisiamo: io non ce l’ho con le emoji. Quando scrivo, sia in privato che per lavoro, mi capita spesso di usarle. Mi piace aggiungerle, ad esempio, nell’oggetto di certe email che devono essere lette a tutti i costi; trovo carino usarle per aprire o chiudere un post sui miei canali social (soprattutto sul mio account Facebook o sul mio Instagram); ne metto a profusione nei miei messaggi privati.

Diego Fontana, nel suo libro “Digital Copywriting: Pensa come un copy, agisci nel digitale” definisce le emoji «un’evoluzione visuale della punteggiatura» che risponde «agli stessi bisogni emozionali di fornire informazioni circa le intenzioni con cui l’interlocutore dovrebbe leggere il nostro testo, in mancanza delle espressioni facciali».

Sono profondamente convinta che le parole da sole siano in grado di veicolare qualsiasi emozione, anche quelle che lasciano tra le righe. La comunicazione social però è così tanto rapida, e così spesso fuori contesto, che richiede una direzione immediata come quella che offrono le emoji.

Allora il punto non è smettere di usarle. Con una emoji aggiungi colore al testo, ti sbarazzi di una certa aria noiosa e troppo formale che, soprattutto sui social media, potrebbe essere controproducente. Allo stesso tempo però meglio non esagerare con l’uso delle emoji. Rischi di far apparire i tuoi testi come i messaggi non letti nei gruppi di famiglia su WhatsApp.

Scrivere bene, chiaro e pulito

Per intenderci, se vuoi evitare questi tre errori di scrittura di cui ti ho parlato finora c’è solo una cosa che devi fare: togliere di mezzo gli eccessi. Una scrittura chiara è una scrittura pulita, vale a dire anche scarna, libera da cose in più.

Quello che hai letto fin qui non è una crociata personale contro le frasi lunghe, le emoji o i puntini di sospensione. Piuttosto contro il loro uso smodato e fuori controllo, che appesantisce i testi e, nella maggior parte dei casi, finisce per falsare il messaggio.

Scrivere bene è una di quelle cose che ci vuole una vita per riuscirci. E prove e tentativi e pratica estenuante che a volte pare senza fine. Ma ti posso giurare che questi tre consigli che ti ho dato sono un ottimo punto di partenza. E dovresti tenerli a mente quando, la prossima volta, scriverai un copy per i tuoi social media o il testo di una email di lavoro.

Nel dubbio, però, puoi comunque contare sul mio supporto. C’è molto lavoro dietro ad un contenuto scritto, non ci sono consigli che bastino. Se hai bisogno delle parole giuste per raggiungere il tuo pubblico, vai sulla pagina Contattami e lasciami un messaggino.

[1] Avrei voluto farti avere un link alla pubblicazione dell’American Press Institute che ho citato. Purtroppo sul web non si trova manco a pagarla. Sappi però che viene menzionata in tantissimi articoli. La trovi ad esempio in “How to Make Your Copy More Readable: Make Sentences Shorter”, scritto da Ann Wylie, una business writer e writing trainer britannica che comunque sa il fatto suo.
[2] Non farò il nome della pizzeria ristorante perché non siamo qui a fare shaming.
[3] Imbarazzo, titubanza o allusione? Vediamo se hai imparato. Scrivimelo nei commenti!

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