Lighea mezzo pesce
Un racconto di Daria Costanzo
Apro gli occhi, poi li sfrego forte con le dita. L’acqua salata mi allaga la vista, ma non del tutto; così ti vedo. Fai quella cosa con gli arti che tanto mi affascina, cammini. Sotto questo promontorio, sotto questa roccia e il tempio di cui ora restano le ossa si è ripetuta la scena per millenni. E c’eri tu, ma eri diverso e non eri tu: cambiavano i panni, i capelli, i lineamenti, la natura sullo sfondo. Il cuore che ora ti si muove dentro, in ogni epoca ha seguito altri precisi slanci. Un tempo fu la fede e il sacrificio divino; per essa hai sopportato la fatica, asciugato sudore e sangue, e di tale impresa sopravvive la prova, il dono, che è quel tempio lì in fondo costruito per gli dèi. Poi venne la guerra, di cui seguii ogni evoluzione, sempre nascosta, nell’acqua bassa del porto quando potevo, riparata dagli scafi delle navi mercantili. Da lì ho visto la luce esplodere in cima alla collina, nella luce vi ho visti annegare. E tu, il pugno stretto attorno al ferro, non un cenno di scoramento colpendo il nemico né lasciando la vita sotto i colpi.
Però, fra questi slanci, ho sempre riconosciuto l’amore. E quanto di quell’amore si accese con un mio gesto… Ricordo una mattina di estate, ma lontano da qui, sul versante opposto di questa costa dentellata che chiamate Sicilia. Sopra il pelo dell’acqua il caldo era opprimente, tranne che su una piccola spiaggia, l’unica al riparo dal sole sotto la grande montagna. La sabbia fu allora il nostro letto d’amore. Mi dicesti di essere Sasà, che nome!, due soffi dietro ai denti che mi scappavano dalla bocca dopo ogni bacio, dopo ogni carezza. E dopo di lui ci furono altri, e pure prima: una fila interminabile di anime e corpi, il cui principio si perde nell’alba del mondo. Tutti cedeste al mio amore, tutti vi lasciaste sedurre. Dalla voce, dicevate, che era – ed è – come un taglio nell’aria; dall’odore di salnitro dei miei capelli, che disorienta i sensi. E dalla mia pelle, liscia come lo scoglio sul fondale e d’argento vicino alla coda. Ma era tutta una illusione. Ché non è per la forma esteriore che si fa vivo un sentimento, ma per ciò che la forma racchiude.
Ora mi sei davanti, di nuovo, e so che il tuo nome è diverso anche se non lo conosco ancora. Tutto attorno a te è cambiato, così come nel resto del mondo. Ci sono segni di te, e della tua specie, persino a distanze abissali, vicino casa mia. L’umanità si è allargata su ogni cosa ricoprendola, con la stessa spavalderia delle onde di tempesta, o del marròbbio come lo dite qui. Eppure sul tuo viso non vedo più il coraggio di un tempo, e di spavalderia non c’è traccia; ti tremano gli occhi. Mentre quelli come te, e pure tu, invadono ogni pezzo di questa terra – e siete sulla sabbia a centinaia con le vostre chincaglie, e sul promontorio a centinaia, e in mezzo agli alberi e sulle rocce – tu pure mi ricordi un territorio invaso, di cui restano soltanto le rovine.
Nel giorno prima di questo, sugli scogli, ti ho mostrato chi sono. Eri disteso sulla roccia, con il ventre verso il cielo, la tua schiena nuda che sopportava arrossendo. Così da vicino sei ancora più simile ai tuoi avi: un guerriero selinuntino, con il capo rasato come il tuo e la pelle dorata, venuto a sedersi dopo la sconfitta in questo stesso punto migliaia di anni fa. Lo avevo osservato come ieri con te. Solo che ora tu tieni in mano qualcosa che non capisco, e non lo lasci mai. Un piccolo specchio nero, mi è sembrato, e magico. Lo guardavi anche ieri, mentre muovevo l’acqua con la pinna d’argento per fare rumore: era un gioco, il mio; volevo essere guardata. Ma dentro lo specchio pareva che tu trovassi tutto il mondo che si può vedere, e che volessi conoscerlo tutto, in un solo momento, perché le tue pupille – si notava – muovevano da un punto all’altro di quella superficie. E io invece volevo essere guardata.
Perciò sono uscita dall’acqua. Con un balzo, aiutandomi con le mani già aggrappate alla roccia. E con lo stesso, unico, movimento ho preso posto sullo scoglio di fronte al tuo, dandoti le spalle. Ma mi giravo di tanto in tanto, ti sorridevo. E allora mi hai visto, e, di più, hai sentito il mio odore (me ne sono accorta, le tue narici hanno vibrato di istinto). Solo che è stata breve la durata del tuo sguardo – dalla mia faccia al petto, e la pancia poi, ma la coda? Il mio corpo di pesce più in basso? Nei tuoi occhi si è mosso un bagliore d’argento come il mio, ma l’espressione è rimasta la stessa. Alla fine ti sei mosso: hai abbandonato sulla roccia lo specchio nero inseparabile, da una tasca hai tirato fuori quel tubicino che s’accende (il tabacco, l’alga vostra), e portandolo alle labbra ti sei dato a una specie di sonno che non ho ben capito. Allora di nuovo ho usato la coda per fare rumore – una volta, due – intanto che il vapore si alzava dal tuo viso e, nel dubbio di averti fatto paura e di doverti perciò rassicurare, ho parlato. Ti saluto, ho detto, e mi è uscito un rumore di mare. Chàaire, di nuovo, in greco antico, l’unico linguaggio umano che ricordo. E tu, forse a quel punto rassicurato come volevo, hai risposto. Cos’è che hai detto, non lo so; ma suonava dolce. Un incontro di labbra, un soffio, una vibrazione… mostru? Direi così, suonava dolce. Avrei voluto fare, in quel momento, quello che faccio sempre dopo una parola dolce: gettarmi sul corpo – umano – come dentro una rete; baciare, baciarti, toccare con i sensi ciò che di te mi somiglia e pure quello che mi sfugge. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto. Ma sono rimasta lì ferma sulla roccia, con il petto che tendeva a te ma per un respiro che mi si era spezzato. Perché tu nel frattempo ti eri sollevato e, raccolte le tue cose, sei andato via.
La scorsa notte ho nuotato così tanto che la luna, intera com’era, l’ho vista tracciare tutto l’arco del cielo. Per ore, avreste detto. Ho nuotato per ore. E mi spingeva una furia. Io sono Lighea, figlia delle Muse, e prima di ieri mai è accaduto che un uomo mi voltasse le spalle. O una donna, va da sé, il cuore non bada a simili dettagli. Era la paura, allora, a trattenervi? Confesso che, con gli occhi pieni di notte e nuotando, sconvolta com’ero, per un istante mi è parso possibile. Di avervi fatto vittima di terrore e trascinati così, uno per uno, negli abissi con me. Del resto il mio amore, che è per me come per voi l’ossigeno, non si è mai concesso addii. L’ultimo bacio era sempre il penultimo, tanto sapevo: prima o poi, pure a distanze temporali e geografiche inconciliabili per due terrestri, mi avreste trovato, e sempre mi avete trovato, in fondo al mare, dopo l’ultimo respiro. È stata la paura – questo mi ripetevo. Questo corpo di mezzo-pesce che non corrisponde a niente di ciò che conoscete, che seduce sapendo di mare, questo corpo che desiderate odiandolo, vi ha spinti fino a me con orrore? Per quasi tutta la durata della notte ci ho pensato, come alla tua nuca di fronte ai miei occhi. Ho immaginato, come tante volte già prima d’ora, quel moto di corrente che vi ha condotto fino alle soglie di casa mia, dentro l’acqua scura, al centro di questo mare mediterraneo. E se prima d’ora sentivo che fosse amore a spingervi – e ne godevo, di questo, e mi facevo più bella al pensiero – ieri notte, in questa fantasia, avevate facce come di disperazione: erano nere di pece, erano disintegrate. Dagli occhi mi è uscito sale.
Poi mentre percorrevo il grande mare largo davanti la costa, a bracciate per levarmi la furia, mi ha raggiunto la tua voce. È arrivata attraverso l’acqua, portata dalla corrente, una vibrazione delle onde calme. Nemmeno questa volta ho capito, perché la vostra lingua si è fatta dura, e parole che sono state perle sono adesso come pietruzze che mi lanciate contro. Ma risalendo in superficie, e vedendoti finalmente, ho compreso: spasimavi per me. Sulla spiaggia, scuotendoti tutto, gridando e tremando come una vela nella burrasca. C’era qualcuno con te, ma non ti aiutava – e come avrebbe potuto? Chi altri poteva calmare il tuo delirio se non io che l’avevo causato? Perciò gli altri attorno a te ascoltavano impassibili. Uno di loro soltanto si è girato verso di te; ma poi ha portato alla bocca una chincaglia, come una turride vuota, sembrava di vetro, e il vapore gli ha nascosto la faccia. L’ho visto, il tuo compagno, cadere all’indietro quasi svenuto dopo una boccata, mentre tu continuavi a gridare. Com’è difficile esseri umani, ho pensato, e quanto dolore nascondete. Del tuo lamento nell’aria restava niente – ora gli arti li avevi rigidi, uno o due seguivano linee innaturali – e nemmeno del respiro come un rantolo, che però io sentivo – ho sentito – trasportato dal mare, sulle mie squame con dolore, e poi fin dentro la lisca. Perciò sono scappata via, e spero che mi perdonerai: veloce, il corpo muovendosi come un’onda, ho raggiunto il punto più buio di questo mare, perché di te, di voi, non vedessi più nulla. Però oggi è diverso, amore mio. Ho aspettato l’alba per raggiungerti; non ho più sconforto nel cuore. Se ho sbagliato, mio unico, se non ho saputo farmi capire, ti chiedo scusa. Il sole ci vede appena, e io invece ti vedo tutto, come ieri notte, ancora disteso sulla sabbia che ora appare grigia. Nuoto verso te, mi muovo sulle mani lì dove l’acqua soltanto mi sfiora – e che mi importa di essere vista, scoperta dagli altri come te che sempre guardano il mare dal promontorio? Amarti è più importante. E tu sei così vicino al bordo dell’acqua che posso anche toccarti, e lo faccio, sì, ti tocco. Con le mie dite tenere, gocciolanti, sicuro per te fredde, ti tocco e hai un sussulto. E apri gli occhi. E scrolli via il sonno con un movimento di scatto. Dalla bocca mi esce ancora il rumore del mare, ma è il più dolce che si sia mai sentito. Ti dico Sono qui o phílotes, ti dico sí pothí sono qui, per desiderio di te, tua, tua per sempre, quanto vorrai. Ma tu accogli le mie dolcezze con faccia smarrita, sui tuoi occhi un velo. Mi togli via la mano. A poco a poco la faccia ti si colora di rosso, però a tingerla una rabbia, non la passione: una collera. Che esplode nella tua voce mentre ripeti quello che mi dicesti ieri pure: mo-s-tru, e ancora mo-s-tru, sempre più forte, un suono che ti viene fuori dalle viscere. Con le mani ti colpisci il viso, gratti fino al sangue la pelle delle guance, e non so più dove guardare per capire: perché pure me colpisci, con i pugni sulla faccia, con i denti – senza amore – dentro la carne umana che ho. Muovo la coda per quello che posso e non mi libero, ti cerco gli occhi. Ho visto dentro gli occhi umani quasi tutto l’amore che si deposita sul mondo. Arriva dal cielo e lo assorbite come pioggia, senza che voi lo sappiate vi bagna di dentro. Io l’ho visto dentro i vostri occhi per secoli e millenni, pure nei tuoi quando avevi altri nomi e altre lingue, e sempre me ne hai offerto generoso, del tuo amore mi hai nutrito. Ma in queste tue pupille che ora mi pungono, bucano, odiano, non ce n’è traccia di una goccia. È andato via per rivoli all’infuori di voi che non sapete seguire, evaporato dentro il fumo bianco che sempre vi riempie la bocca. Mi tieni ferma serrandomi il braccio, con una mano scavi sul fondale basso; ora stringi una pietra liscia di mare. Tutto attorno – adesso anch’io – vapore bianco; non vedo più.